GIANCARLO BRUSCHI - STORIE RITROVATE INEDITE

2018 Giancarlo Bruschi

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MOMENTI DELLA VITA DI CATERINA

Nel linguaggio medievale si sarebbe potuto fare il titolo: ”Complainte per una donna sensibile e intelligente”
 
Nasce a Nuoro il 24.02.1900 da Attilio Cucinotta e Merlini Luisa. Lui, figlio di Cosimo Cucinotta, commerciante agiato, arrivato a Porto Torres da Messina poco dopo la vittoria di Garibaldi in Sicilia; il nonno all’anagrafe è bracciante, con un figlio benestante. In casa si diceva che fossero scappati a causa delle Persecuzioni di Crispi. Ma a quel momento Crispi perseguiva solo i filoborbonici; resta tutto da indagare. Luisa Merlini nasce da Merlini Luigi e Annunziata Zoppi, (figlia di Zoppi Achille e Colomba Sacchi) entrambi provenienti dalla Toscana, immediatamente dopo l’Unità d’Italia. Rischiano di morire in mare durane una tempesta, viaggiando su di una barca di pescatori, secondo il racconto fatto da Caterina, depositaria delle memorie familiari.

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Caterina Cucinotta

tiene tra le braccia la nipote Caterina Bruschi, nel 1964.

Raccontava, non senza emozione, che i pescatori volevano gettare in mare una bambina, per placare le acque, e che alla fine ci si accordò per il lancio in mare di un anello prezioso. Come diversi migranti, a quel momento storico, arrivano in una delle zone più povere d’Italia e fanno fortuna grazie alle sue capacità tecniche, tra le altre cose impianta un primo mulino a vapore per spremere le olive. Luisa Merlini conosce il futuro marito allora commerciante di pelli, formaggi ecc, occasionalmente presente a Nuoro. Dopo il matrimonio vivono agiatamente per alcuni anni a Sassari, con la casa arredata dai mobili prodotti dagli artigiani Clemente, famosi per la qualità del prodotto (alcuni di questi mobili sono ancora presenti nelle case dei nipoti). In questa città la primogenita Caterina Cucinotta consegue il diploma presso la Scuola Nomale che all’epoca conferiva il titolo di maestra. Nel mentre coltiva un’innata vocazione per la pittura e le arti figurative anche con la guida di un noto pittore, conosciuto in tutta la Sardegna (Paglietti) Ovviamente aiuta la madre nella cura di tre sorelle e di due fratelli. Vivono una vita agiata tra Sassari e Nuoro dove nascono i vari figli, le vacanze ad Alghero, o Cala Gonone. Nel 1918, muore ucciso dalla febbre spagnola il fratello Cosimo, pochi mesi dopo morirà la madre colpita dalla tubercolosi. Attilio Cucinotta era stato il valido aiuto di Gervasio Costa, che a Sassari costruì un importante stabilimento per la concia delle pelli. Sandro Ruiu ‘ Via delle conce’Ed.Dessì. In seguito, fu coinvolto nel fallimento di una società formata con alcuni imprenditori genovesi trapiantati a Sassari, questi salveranno gran parte del patrimonio, lui perderà tutto. Caterina, giovanissima, rifiuta la proposta di matrimonio di un nobile e ricco notaio.
 questo punto (1922) il trasferimento a Nuoro, per ottenere l’aiuto dei parenti, nella gestione della famiglia, si impone. Attilio otterrà al momento della costituzione della provincia di Nuoro l’incarico di amministratore della Confederazione dei Commercianti ed un modesto stipendio; Caterina dovrà fungere da madre ai fratelli e lavorare per integrare le magre risorse familiari. Per sua scelta non metterà mai a profitto il suo titolo di maestra elementare. Contava sulla sua abilità di ricamatrice, di operatrice sui riccamente ornati costumi locali e anche le non piccole doti di pittrice. Nel grigio e conservativo contesto sociale la sua vita diventerà sempre più dura. Un contesto familiare abbastanza forte, all’epoca e attivo, ma chiuso alla cultura, con l’intimo senso di superiorità nei confronti del meno emancipato mondo locale, e forse dei parenti più poveri. Si trarrà partito della sua creatività ma con un leggero senso di scherno nei confronti della sua indole intellettuale e raffinata. A casa teneva una collezione di classici, accuratamente rilegati con carta da pacchi, portante sul dorso titolo e nome dell’autore con bella scrittura. Immancabile strumento di lavoro: “Il manuale del ricamo”, con le nitide figure di aghi, fili, con minuziose spiegazioni sul modo di procedere, della Hoepli. Si trattava dei classici francesi dell’ottocento, inglesi e russi, che la influenzeranno verso apertura umanitaria e sociale lei ed intere generazioni del tempo, un notevole numero di libri per i tempi e i luoghi. Nel contempo muore una vecchia zia rimasta vedova di un medico in Inghilterra, i suoi libri anglicani e quindi peccaminosi son destinati al carcere; lei salverà numerose stampe antiche, contese in seguito tra i nipoti e una bibbia luterana che donerà molti anni dopo a un sacerdote. Questo era il contesto. Nel frattempo, c’era stata la morte di uno zio, fratello del Padre, ufficiale Medico a Rodi, durante l’occupazione italiana, travolto da un’epidemia di tifo, mentre, senza obbligo, cercava di curare la popolazione civile. La morte di un cugino - Debernardi - durante la Prima guerra mondiale, l’epidemia di febbre spagnola che uccise un fratello, la morte della madre di tubercolosi, contratta nell’assistenza di ammalate bisognose, la Prima guerra mondiale, in seguito la Guerra di Spagna e le partenze per l’Africa in cerca di fortuna, compresa quella del fratello. In una lettera del 1938, la Cucinotta scrive alla sorella Tina di prepararsi a partire per Roma, dove forse troverà un lavoro adeguato; il sogno resterà inappagato. Metodica e anche determina, direi testarda, lavorava tutta la giornata accudendo alla meglio la casa, dipingendo o cucendo, e negli ultimi tempi le accadeva di addormentarsi seduta su di uno sgabello davanti ad un modesto un focherello acceso nel camino, mentre con una tavoletta appoggiata alle ginocchia scriveva quello che lei chiamava "Il libro". Si trattava di osservazioni sul costume locale e sul folcklore che lei aveva accumulato dal 1922, e che mai riuscì a pubblicare. Gli studi sul folklore o di etnografia la accomunano alla Deledda che forniva puntualmente le note al suo mentore De Gubernatis. Folklore significa costumi del popolo, dove per popolo si intendono le classi subalterne. In realtà la Deledda era essa stessa, seppure censuariamente in posizione più elevata, una componente del Folk; portava la gonnella locale per imposizione dei familiari parlava la lingua del luogo, ma questa contraddizione sembra non averla mai sfiorata, anche lei raccontava le tradizioni come appartenenti ad altri. Nelle piccole società arcaiche i ceti abbienti si differenziavano appunto per il censo ma condividevano in tutto il mondo arcaico locale, identificato poi, come tradizioni popolari. Gli usi della borghesia diventeranno oggetto di studio della sociologia. Il modo di portare un cappellino è oggetto della sociologia, il modo di portare un fazzoletto rientra nelle tradizioni popolari.
‚ÄčLa Cucinotta, diventata nel tempo corrispondente e amica dei più importanti studiosi della materia parlando dei Sardi diceva "essi", forse a buon diritto nel senso che a Nuoro vi era solamente nata, ma le famiglie cui faceva capo erano tutte "Continentali", benché i suoi zii e la sorella di sua madre parlassero correntemente, e quasi esclusivamente, il nuorese, per evidenti ragioni di lavoro i maschi, per assimilazione le femmine; anche una sorella di sua madre sposata  con un proprietario di un centro vicino, attivo fascista e figlio di un Senatore del Regno, anche con il marito parlavano nei rispettivi dialetti. Con questa zia di poco più anziana di lei con l’aiuto di due nipoti, più tardi, curò anche la raccolta delle ossa dalle tombe della famiglia, operazione allora lasciata i familiari dei morti. In casa Cucinotta, ceto di piccoli impiegati, o commercianti non sardi, si parlava invece l’italiano e ciò faceva che due mondi si sfiorassero ma non si capissero completamente. Benché incantata dalla bellezza dei costumi, dei gioielli e dalla bontà dei dolci, continuava a ritenere i due mondi diversi, bisognoso, quello sardo di civilizzazione. In ciò condivideva il punto di vista del Prefetto Dinale, già citato. Ma poi emergeva la cultura umanitaria ereditata dalle letture e considerava tutti creature umane degne di rispetto. Alle ragazze di buona famiglia, ma anche di condizione più modesta, insegnava gratuitamente il ricamo, trasmetteva anche la sua cultura, le buone maniere e l’arte di gestire la casa. Quindi una personalità poetica ma anche complessa e forte, che spesso a causa di quella ‘irragionevolezza’ rilevata dal Brigadiere, e l’attitudine a dire ciò che pensava, in un mondo taciturno e astuto le provocava non pochi nemici; o quantomeno induceva a non coinvolgerla in attività che spesso diventavano clientelari. Ciò le valse una vita povera senza appoggi autorevoli, nella complessa realtà clientelare di Nuoro. Infatti al momento della creazione di un Museo del costume, dove lei sarebbe stata impareggiabile guida, o quantomeno competentissima consulente, fu esclusa a favore di più ignoranti nella materia specifica dei costumi, ma politicamente affidabili personaggi. Un manoscritto contente i suoi studi, che lei chiamava 
"Il libro" a oggi  tuttora inedito a stampa, attualmente è reperibile nel presente sito internet (www.viteestoriaritrovata.it), o più semplicemente cercando su Google: "Il libro Giancarlo Bruschi". Deliberatamente ignorato - nonostante le bellissime tavole a colori che riproducono il mondo sardo degli anni Venti, con una poeticità ed un senso plastico impareggiabili.  Il libro per essere adeguatamente pubblicato avrebbe avuto bisogno di un’autorevole prefazione che facesse la storia dei cambiamenti metodologici nella ricerca demologica. Sino ad oggi non si è trovato un personaggio tanto coraggioso da parlare del Prof. Corso, antesignano di una scuola ormai superata, per paura delle censure dei nuovi accademici vetero marxisti o dei nuovissimi e acritici seguaci di Gramsci o di scuole esotiche, spesso fuori da qualsiasi discorso di scuola. Gli editori locali sanno che le tavole pubblicate sciolte andrebbero a ruba nel contesto locale, ma l’antico veto dei custodi locali dell’ortodossia pesa ancora.
 
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Dal 1926 in poi incominciò l’arrivo Nuoro di confinati politici di un certo rilievo: Fausto Gullo, Ministro molto vicino a Togliatti nel dopoguerra, Pietro Mancini, socialista, padre della dinastia dei Mancini, il sindacalista Giulietti, l’Avv. Corrado, e Luigi Prato. Quasi tutti, tolto Mancini, comunisti benestanti e di buona cultura, provenienti dalla Calabria Arrivavano anche a Nuoro o destinati nei centri vicini, operai e persone di umili condizioni. Tra i comunisti arrivò anche Luisa Merlin, che facendosi inviare la posta presso la Cucinotta le creò serie difficoltà con la Polizia. Non so come avvenne la prima conoscenza resta il fatto che, non tanto per simpatia politica, ma per istintiva reciproca scelta di ceto tra la famiglia Cucinotta e questi confinati si stabilì un rapporto di vera amicizia. Gigina, sorella di Caterina finì per sposare Luigino Prato benestante comunista calabrese, agronomo, pieno di curiosità cultuali e lui stesso appassionato ricercatore di tradizioni popolari. Forse per suo tramite la Cucinotta conobbe il prof. Raffaele Corso, allora, tra il Maestro nel campo dello dello studio delle tradizioni popolari. Legato al regime, uomo di potere, valutò la possibilità di farla entrare nell’Università e fu in quell’occasione che avvenne il viaggio a Roma registrato dalla Questura, di cui si parla in una delle lettere pubblicate. è possibile che sia stata chiamata per collaborare alla costituzione del primo Museo delle tradizioni popolari a Roma - fortemente voluto dal fascismo, o in ogni caso come dice in una delle lettere riprodotte, per trovare un lavoro che le permettesse di costruirsi una vita automa attorno ai propri interessi. In quell’occasione era presente a Roma Hitler, lei raccontava con una certa soddisfazione, di avere visto uno sputo scendere da una finestra, al passaggio del corteo. Racconta Salvatore Satta nel Giorno del Giudizio, pag.199, ed. Ilisso 2017, che alcuni ricchi ebrei tedeschi-milanesi erano stati inviati a Nuoro, in occasione della Prima guerra mondiale, per evitare loro di nuocere all’Italia. ”Erano uomini come gli altri, ma erano signori danarosi…i nobili che avevano il fiuto fino, aprivano loro le case, come ad ospiti di onore”.
Forse a causa del suo carattere poco diplomatico si dovette convenire che quel mondo  alla Cucinotta non  si confaceva e tornò a Nuoro senza avere trovato il lavoro e la libertà conseguente sognata. Nel dopoguerra fu la prima persona a proiettare l’abbigliamento antico sardo fuori dalla Sardegna, conducendo a sue spese, lei già poco pecuniosa, dei gruppi di ragazze in costume che sbalordivano qualsiasi pubblico. L’unico aiuto le venne dal Direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo - Dr. Macciotta - che con grande lungimiranza capì il ruolo trainante che il folklore avrebbe avuto nello sviluppo dell’asfittica economia locale. Grazie al suo aiuto riuscì a fare organizzare in Sardegna un importante Congresso nazionale riguardante la demologia. In questi gruppi io figuravo come improbabile giovane di Orgosolo In realtà era in anticipo sui tempi e sulla gretta classe dirigente locale. Dopo la sua morte solamente un gruppo di esecutori di canti sardi la ricordò con post su internet. Profeticamente Salvatore Satta ha detto. “Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio e anche il ricordo scompare ”Giorno del Giudizio” pag 20, Ed.Ilisso 2017. Non per i familiari, ma per la comunità. Mentre scrivo mi accorgo di avere tra le mani in vero patrimonio di umanità, ma per raccontare queste vicende occorrerebbe ben altro spazio, forse altra capacità. Senza sciocchi rimpianti per il passato, mi sembra che l’elemento che accomunava queste persone ed altre che, più che in chiave politica, agivano  fattivamente nel quotidiano, era la speranza, una visione dell’uomo e del mondo forse un po' mitica ereditata dall’800 e dal positivismo, sfumato di romanticismo. Una capacità di costanza e di resistenza che oggi mi pare poco diffusa. Forse li spingeva la necessità di escogitare continuamente delle soluzioni, o tecniche o pratiche, essendo escluso allora l’usa e getta. Penso a quelli che sono sopravvissuti ai vari campi di concentramento o di sterminio, alle guerre coloniali e a due guerre mondiali, e sono riusciti a ricominciare. Nel caso specifico due guerre mondiali, l’epidemia chiamata spagnola, epidemie di tifo, sconvolgimenti sociali infiniti.
Il Brigadiere, forse nell’intento di salvarla, la definisce un poco bigotta e bisognosa di un buon marito In questo sbagliava. Allevata da una madre cattolicissima, morta però quando essa, primogenita, aveva 18 anni, non fu mai dedita a pratiche religiose ufficiali, niente messe, processioni o rosari.  Solamente una volta cadde gravemente ammalata, e rischiava di morire. Io mi trovavo in una stanza accanto alla sua ed ebbi modo di sentirla invocare Gesù, come una bambina, chiedeva di non morire perché il padre e il fratello avevano bisogno di lei, non ho avuto l’impudenza di continuare ad ascoltare, mi sembrava una cosa quasi impudica.  Forse ho fatto male: avrei capito sino in fondo i suoi cruci reali, che teneva accuratamente nascosti. Di tutti i rapporti con i confinati e successivamente con alcune famiglie di ebrei, pure esiliate a Nuoro, non vi è traccia nelle carte della Questura. Il Questore ne avrebbe fatto tesoro se le avesse trova nel 1937. Ancora una volta il caso sembra averci messo lo zampino.
Con l’aggravarsi della guerra la sorella Gigina, diventata vedova del marito comunista, dalla Calabria, patria del marito, si trasferì a Nuoro con il figlio Enzo che qui frequentò il liceo classico. Nell’occasione Caterina si recò in Calabria per riaccompagnare la sorella vedova e un  ugal viaggio fece alla fine della guerra  per garantire il ritorno della sorella in Calabria - a bordo di un incrociatore usato come un traghetto. Nel contempo, dopo un primo bombardamento sulla periferia di Sassari, mia madre con me, mia sorella e mio fratello più piccolo, si trasferì pure a Nuoro in casa di Caterina, in assenza del marito ufficiale degli Alpini, volontario in Grecia.
La casa Cucinotta diventò l’alloggio di emergenza di tre famigli, con le relative difficoltà di convivenza; alla fine era ritornato anche il cognato Aurelio Bruschi, reduce dalla Grecia e poi dalla Corsica, dove era stato ufficiale degli Alpini., anche lui convinto che la guerra era stata persa per l’azione dei "traditori".
Finita la guerra essa tentò invano di dare vita ad un gruppo di ricamatrici, valorizzando tutti i temi della tradizione popolare, ma nessuno tra coloro che potevano, intervenne per aiutarla quantomeno a costituire una cooperativa, fece nulla di utile. Finita la guerra fece anche ritorno in Italia un ufficiale di Artiglieria, suo fidanzato da sempre, caduto prigioniero dei Tedeschi per avere rifiutato di combattere per la Repubblica Sociale; ma gli anni erano passati e il matrimonio sarebbe stato decisamente tardivo. Continuò così la sua interiore vita solitaria, facendosi carico degli infiniti problemi suoi e del resto della famiglia. Vi furono anche momenti di allegria, di incontri stimolanti, e quando la situazione era veramente umoristica, riusciva a ridere sino alle lacrime. 
Nonostante  le infinite traversie continuò a produrre cose bellissime, cedute a prezzo modesto, con l’unico conforto di un’intensa corrispondenza con luminari della paleontologia, quale il Prof. Blanc, con il Direttore del Museo dell’uomo di Parigi, e naturalmente sino alla sua morte con il prof. Corso, suo principale referente in materia di Tradizioni popolari. Partecipò a numerosi Convegni internazionali, facendo conoscere già dagli anni cinquanta del Novecento, il mondo della Sardegna. Molte di queste personalità venivano a trovarla per ottenere lumi sulle cose sarde o per essere aiutati nella ricerca di oggetti di pregio per i loro musei. Ciò la rinfrancava e la spingeva a continuare. Periodicamente arrivava dal Paraguay la sorella Tina, prima con il marito e le figlie,  poi vedova, con le figlie e i nipoti e anche questi incontri ravvivavano la sua forza; le arrivavano anche modesti aiuti, che neppure scalfivano il patrimonio della sorella.

 

 

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Dopo un periodo per lei di riposo, ma di difficile convivenza domestica con diversi nipoti, provò a vivere da sola, ma nel giro di pochi mesi fu gettata a terra da un cucciolo di alano, che le faceva festa. La rottura di un femore, il ricovero in ospedale, l’ottusa ostinazione di un medico che le praticò un’anestesia ignorando il reiterato allarme, perché era assolutamente allergica ai farmaci, la portò ad una travaglia agonia, piena di allucinazioni, e dopo un mese alla morte. Alla luce di quanto raccontato -in forma molto abbreviata- resto ancora sbalordito per la quantità di cose che essa riuscì a realizzare, con una vita così travagliata È seppellita Sassari, per sua espressa volontà, nella tomba di famiglia, assieme al padre, la madre, i fratelli Cosimo e Annibale, oltre il cognato Aurelio Bruschi, marito della sorella Maria.
Secondo una inveterata tradizione alla fine di una storia deve esserci una morale. In questo caso si può affermare che le ignoranze, la mediocrità e l’invidia riescono spesso a spegnere e rendere inutili personalità, geniali, creative, poetiche, ma come diceva il Brigadiere, prive di senso dell’opportunità, della capacità di adeguarsi alla mediocrità generale, farsi ‘uomo tradizionale’ secondo Salvatore Satta. "C’est immoral, mais c’est comme ca" canta il poeta francese…È immorale, ma è così.

                                                                                                                                                                                    Giancarlo Bruschi

 

Annibale Cucinotta - con il casco in mano - in attesa di imbarco nel porto di Napoli. Dopo varie peripezie riuscì ad aprire, assieme ad un concittadino, un’attività commerciale all’Asmara (Eritrea).Nel 1941 fu deportato dagli inglesi, quasi certamente in India. Fece ritorno nel 1947.

Sulla presenza dei confinati politici in Sardegna si può utilmente consultare:
”I confinati antifascisti in Sardegna", 1926-1943 Salvatore Pirastu. Anpia 1997
e
Manlio Brigaglia: "L’antifacismo in Sardegna", Ed. Della Torre 1986.

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Vecchie case all'ingresso dell’abitato. Solo dopo il 1927, con la creazione della Provincia, Nuoro ebbe edifici importanti, che ancora oggi marcano la struttura urbanistica della cittadina

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Cortile della Casa dell’imprenditore torinese De Bernardi, presente a Nuoro dagli ultimi decenni del 1800. La casa è di struttura piemontese, ancora oggi è un bel edificio. Il vecchio e il nuovo cercano di convivere. Nello sfondo un collaboratore in abiti locali, e signore delle famiglie Merlini De Bernardi, in tenuta da automobiliste

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La refezione della scuola nel cortile di un antico Convento, primi anni 1900

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Carta dell’Eritrea: 7.000 miglia marine e 10 giorni di navigazione, oltre 6 ore in treno per120 Km. Da Massaua all’Asmara. 25 lire al giorno per scavare strade nell’altopiano dell’Asmara -2.400 mt - con l’obbligo di combattere i ribelli, in caso di necessità Durata minima del contratto degli operai militarizzati della Centurie del lavoro, 5 mesi. Nel 1938 dall'Eritrea partirono le operazioni di conquista dell’Impero, rendendo più gravosa la condizione dei componenti delle centurie del lavoro - vedi lettera manoscritta della Cucinotta

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Un gruppo che indossa diversi costumi sardi alla Fiera del mediterraneo a Napoli, in occasione di un Congresso al quale partecipò Caterina Cucinotta -1954

 
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Riproduzione della recensione di una mostra di lavori in panno Lenci della Cucinotta

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Piccoli commerci

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Scambi culturali

Chi per esigenze di studio,

dovesse averne necessità particolari in merito, può rivolgersi al curatore, agli indirizzi indicati nella pagina dei contatti.

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